martedì 11 settembre 2012

corteo bizantino

nuovo work in progress: corteo bizantino di Alarico e Teodolinda...una faticaccia a trovare i costumi..... volevo dire sfilata bizantina (chissà perché mi viene sempre da dire corteo)







  
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martedì 4 settembre 2012

work in progress: lo scriptorium mediovale

Nuovo work in progress: la ricostruzione di uno scriptorium mediovale. Un po' mi sono ispirato al film In nome della rosa, con Sean....










filosofia dell'illustrazione

riporto delle pagine che ho già pubblicato perché sono state corrette e aggiunti nuovi capitoli. E' un po' lungo ma chi ha la pazienza e il tempo penso che sia interessante:



Per una nuova filosofia dell'immagine


L'uomo è l'unico essere vivente che produce immagini. Non esiste in natura nessun organismo che  ha la facoltà di riprodurre sia quel che  vede intorno a lui  sia quello che vede all'interno della sua mente. È una facoltà unica che tra l'altro non tutti  hanno e che  nelle società umane viene appunto paragonata ad un dono. Quante volte abbiamo descritto una persona che disegna come colui che ha la fortuna di avere il dono del disegno.   Con queste riflessioni  inizio una approfondita ricerca sulle immagini e in particolare su quelle digitali, cercherò di descrivere  la loro struttura, la loro forma, il loro contesto e soprattutto di analizzarle sotto una prospettiva  epistemologica e ontologica.  Il motivo che mi spinge ad un impegno così pesante è la consapevolezza che in questi ultimi decenni, con l'affermarsi di una cultura digitale, la produzione di diverse e soprattutto nuove tipologie di immagini da parte dell'uomo si è  evoluta in maniera esponenziale. Mi sembra di fare una cosa utile nel cercare di catalogare e fare ordine in questo nuovo paradigma visivo per diversi motivi.
 Il primo motivo è  un passione  personale sia verso la filosofia  che per le immagini disegnate e come illustratore penso di avere le competenze adatte per capire la natura di quest'ultime.
Il secondo motivo è che,  uno studio epistemologico  aggiornato e approfondito sulle immagini disegnate non  sia ancora stato scritto; di conseguenza, credo  sia  fondamentale e utile  tentare di scriverne uno per tutti coloro che, come me, le creano, le producono e le commerciano,  aiutando così a  conoscere la nuova situazione che si sta creando nel vasto  mercato delle immagini.
Infine il terzo e ultimo, non meno importante, è  che  viviamo in una nuova tipologia di società, quella che molti già definiscono informazionale, dove la merce principale è l'informazione, anche se M. Ferraris giustamente la considera più una società della registrazione. Dunque, conoscere  a fondo le caratteristiche di questa preziosa merce  mi sembra un grande aiuto per diventare  dei  protagonisti e non solo dei consumatori in questa  nuova realtà sociale in cui ci troviamo.


1.1

Prima di descrivere e analizzare le varie tipologie di immagini digitali, mi sembra fondamentale iniziare il nostro lungo viaggio nel definire in maniera approfondita l'oggetto della nostra ricerca: l'immagine.
Sotto l'aspetto ontologico, l'immagine la possiamo collocare tra i vari manufatti dell'uomo. È un oggetto che chiaramente non nasce in natura, ma ha una sua fisicità e presenza tra gli oggetti fisici e di conseguenza la possiamo catalogare tra i manufatti, cioè la sua esistenza dipende dalla facoltà umana di creare oggetti. È il prodotto di una rappresentazione, cioè di un pensiero. Il termine rappresentazione è qui considerato sotto un aspetto epistemologico, tra l'altro descritto in maniera precisa da M. Ferraris nel suo eccezionale saggio "Perché è necessario lasciare tracce". Ferraris scrive:

 "... avere rappresentazioni è la condizione dell'agire e del pensare, che sono le caratteristiche generalmente attribuite ai soggetti. Ogni agire è in vista di qualche cosa, cioè presuppone di rappresentarsi un obiettivo; ma la rappresentazione sta alla base del pensiero, e del fatto di possedere dei sentimenti, delle speranze e delle sofferenze, tutte caratteristiche degli uomini (e in parte di certi animali) e non delle cose. Il pensiero, infatti, è sempre pensiero di qualche cosa: un qualcosa che possiede, nella mente di chi pensa, quello che i filosofi chiamano <in-esistenza intenzionale>, ossia che, in parole povere, esiste come rappresentazione. E così pure il desiderio o il timore, l'amore o l'odio, e insomma tutta la gamma dei sentimenti hanno bisogno di immagini..." 

e subito dopo ne trae la conclusione:

".... Una conseguenza cruciale del possedere rappresentazioni è che tra due soggetti è possibile reciprocità, diversamente che tra due oggetti o tra un soggetto e un oggetto...."

Dunque le immagini funzionano per questa grande proprietà che ha l'uomo: il riuscire a oggettivare delle rappresentazioni che a loro volta creano reciprocità con altri soggetti simili.
Infatti una immagine creata dall'uomo funziona solo tra gli uomini.
La Monnalisa di Leonardo di fronte ad un gatto non provoca nessuna reazione, figuriamoci di fronte ad una rosa o ad un insetto.
 Le immagini  sono rappresentazioni della nostra mente che prendono l'aspetto di oggetti fisici, ma con caratteristiche alquanto particolari. Sono dunque oggetti fisici ma sono riconosciuti solo dagli uomini, sono oggetti che Ferraris classifica come oggetti sociali e che colloca nella sfera epistemologica degli oggetti.



 1.2

Sfera ontologica ed epistemologica.

Sempre seguendo la descrizione di Ferraris, e individuato a quale categoria di oggetti si possono collocare le immagini, si presenta un'altra domanda: in quale sfera filosofica collocare un'immagine disegnata. E proprio in questa scelta affiora la natura ambivalente delle immagini. Se come oggetto fisico è indubbiamente collocabile nel recinto ontologico, come oggetto sociale rientra con la  stessa misura
nella sfera epistemologica. Dunque la conclusione è che c'è da separare le immagini percepite dalle immagini create. Percepire una immagine è un fatto fisico. Mentre cammino e svoltando un angolo mi imbatto in un enorme manifesto con immagine, non posso far altro che vederlo al momento. È un'azione fisica dei miei occhi e di tutto l'apparato visivo, la mia coscienza, la mia intenzionalità non è coinvolta. Ma se io decido di creare quella immagine per una agenzia pubblicitaria, è chiaro che è una elaborazione della mia mente, una esecuzione di una mia rappresentazione e dunque una esperienza.
Seguendo sempre lo stesso esempio, posso ancora dedurre un altra curiosa caratteristica: la differenza epistemologica tra informazione testuale e visiva. Mi spiego meglio. Se voltando l'angolo mi trovo improvvisamente un manifesto scritto, per percepirlo dovrò attivare la mia coscienza e quel meccanismo di decodifica (la lettura) dei segni (la scrittura). Dunque attivo una funzione epistemologica.
 Se invece mi trovo di fronte una immagine, la percezione visiva è immediata, non ha bisogno di nessun mezzo conoscitivo. Il vedere una immagine è una lettura diretta, è     un evento fisico per il nostro cervello, e si può descrivere come un fatto ontologico; leggere al contrario necessita di esperienza, di conoscenza e dunque rientra pienamente nella sfera epistemologica.
Il fatto centrale è quando una immagine percepita e dunque trasformata in traccia nella nostra memoria diventa poi una elaborazione mentale e portata all'esterno come immagine creata. In questo caso un oggetto ontologico viene trasformato in oggetto sociale e dunque in un fatto  epistemologico, ma nel momento in cui si fissa su un supporto fisico rientra nella sfera degli oggetti fisici e dunque di nuovo in un ambito ontologico. In parole povere, una traccia nella memoria personale è un fatto epistemologico che prendendo corpo e fisicità entra nel campo degli oggetti fisici e in particolare in quella grande categoria che Ferraris descrive come oggetti sociali.



1.3
Gli oggetti sociali

"...di certo una società, per esistere, deve comunicare; ma l'atto di comunicare, da solo, non basta, anzi, si rivela come una funzione subordinata  a qualche cosa di più essenziale,ossia la registrazione."

Così inizia la la riflessione e l'analisi di Ferraris che porta all'individuazione degli oggetti sociali e all'importanza delle tracce.
Portando in profondità le riflessioni di Deridda, arriva alla individuazione di un particolare oggetto, con caratteristiche completamente diverse degli oggetti che esistono in natura, e cioè l'oggetto sociale.
 Scrive Ferraris nella sua introduzione del libro "Perchè è necessario lasciare tracce" .  
".....oggetti sociali, cioè di cose come i soldi e le opere d'arte, i matrimoni, i divorzi e gli affidi congiunti, gli anni di galera e i mutui, il costo del petrolio e i codici fiscali, il Tribunale di Norimberga e l'Accademia delle Scienze di Stoccolma....ecc. Questi oggetti affollano il nostro mondo più dei sassi, degli alberi e delle noci di cocco... Solo allora capiamo che gli oggetti sociali sono fatti di iscrizioni, su carta, su un qualche supporto magnetico, magari anche soltanto (per esempio, nelle promesse che ci facciamo a vicenda tutti i giorni) nella testa delle persone.
Ecco il motivo per cui ho intitolato questa teoria del mondo sociale documentalità: l'ontologia degli oggetti sociali è fatta di tracce, di documenti, di registrazioni....
Lasciare tracce diventa dunque un pilastro per la  formazione e per l'esistenza della  società umana. Lo studio ontologico  delle tracce e della documentalità diventa un passaggio fondamentale per capire la nostra realtà.
L'analisi della documentalità che Ferraris, Deridda, e anche Roncaglia hanno compiuto nelle loro opere è sopratutto indirizzata sul testo, sulle tracce scritte. Infatti Ferraris scrive ancora ...."Tutto è per sempre. Oggi tutto è scritto, tutto si può ritrovare. L'esplosione della scrittura svela l'essenza del legame sociale, la documentalità. Perché  è necessario lasciare tracce: altrimenti non ci sarà niente nessuno in nessun luogo mai."
 Ma la mia modesta critica nei loro confronti è che  le tracce non sono necessariamente scrittura, anzi credo che si possono distinguere diversi tipi di tracce, testuale, visiva e sonora, e che  nelle maggioranza dei casi sia proprio quella  visiva che detiene il primato. La testualità è certamente la base della documentalità ma quello  su cui invece vorrei riflettere e spostare l'attenzione è sulla traccia visiva. Le analisi  che si stanno facendo in questi ultimi tempi mi sembrano  troppo sbilanciate verso la testualità. È vero che la documentalità è nella maggioranza dei casi scritta, ma all'interno della famosa archi scrittura, la traccia visiva ha un aspetto fondamentale e forse preponderante.


1.4
Critica alla testualità

In effetti Ferraris sviluppando lo studio sugli oggetti sociali e seguendo la testualità come base e filo conduttore, arriva alla conclusione ovvia che le opere d'arte siano inutili. Infatti nel suo libro già citato sopra,  porta alle estreme conseguenze il suo discorso:
".... Le opere non rispondono prioritariamente a esigenze pratiche, bensì (nella nostra cultura, che anche da questo punto di vista non è affatto universale) a valori di puro prestigio, o di intrattenimento, o di formazione disinteressata - tutta una sfera che ho cercato di designare altrove con la metafora della  << fidanzata automatica >>,  intendendo che i rapporti che stabiliamo con le opere sono assimilabili a quelli che intratteniamo con le persone.
Credo che il modo migliore per caratterizzare la differenza tra i documenti di cui abbiamo parlato prima (documenti scritti) e quelli di cui parleremo adesso (le opere) è osservare che i primi servono per il negotium, i secondi per l'otium. Per quanto grandi possono essere i vantaggi che derivano dal possedere una educazione estetica, per ampio che possa essere il giro d'affari del mercato dell'arte, o dei film, dei concerti rock e dei best-seller letterari, resta che l'ambito a cui si riferiscono è quello della ricreazione, e appare del tutto diverso da quello che ci si attende da trattati internazionali, patenti, assegni, scontrini del supermercato e ricevute del parchimetro. L'opera costituisce, per così dire, il vertice futile della piramide documentale....."

È su questo punto che nasce fortemente la mia critica e che vorrebbe chiarire un grosso equivoco che porta alle conclusioni radicali di Ferraris. Le tracce visive non sono solo opere estetiche, ma informazioni a tutti gli effetti. Far coincidere le immagini con le opere mi sembra abbastanza limitante. Le immagini che ci arrivano dal passato non ci danno solo un piacere estetico ma ci comunicano informazioni preziose. Quando Giotto dipinge il ciclo di affreschi ad Assisi non lo fa solamente per un piacere estetico, per l'otium, ma per informare con immagini la documentalità dei testi scritti religiosi che il popolo analfabeta non poteva leggere e dunque per il negotium. In questo caso le immagini hanno sostituito il testo ma hanno la stessa importanza di una traccia scritta, presentandosi con la stessa autorità di un documento.
Quello che vorrei sottolineare è che non esistono solo immagini disegnate per una fruizione estetica, ma esistono un universo di immagini che hanno lo stesso peso di un documento scritto.
È grazie ad immagini disegnate che possiamo comprendere cosa sia un buco nero nell'universo, è grazie alle immagini disegnate che possiamo costruire un mobile dell'Ikea, è grazie alle immagini di un abbecedario che impariamo a leggere l'alfabeto. Non sono opere estetiche ma illustrazioni. Le illustrazioni sono un alfabeto universale con la stessa potenza delle tracce scritte. In generale tutte le immagini registrate su un supporto hanno la stessa documentalità delle tracce scritte. Pensate  alle recenti esplorazioni del rover su Marte. Non sarebbero così esplicative senza le immagini. Infatti l'entusiasmo per la riuscita dell'operazione è coincisa con l'arrivo delle prime immagini da parte del robot. Se al posto delle immagini fosse giunto un fax scritto non credo che l'autorità documentale sarebbe stata la stessa.


1.5
Ontologia dell'illustrazione

Per descrivere una ontologia dell'illustrazione, mi appoggio e mi faccio aiutare ancora sul lavoro di Ferraris, egli scrive: "....Il pensiero è molto spesso caratterizzato come visione, e di questa caratterizzazione sono testimoni gli usi linguistici : idea e sapere, in greco, hanno la stessa origine di vedere, e in moltissime lingue "vedo" e "capisco" sono sinonimi. E tutto il dibattito sul ruolo della visione e della immaginazione nel pensiero, dai filosofi greci alle neuro scienze contemporanee, si basa sulla contrapposizione tra funzioni del pensiero di tipo linguistico (discorsive), e altre di tipo non linguistico, intuitive, immaginative, o grafiche..." e aggiunge ancora "....Aristotele a ragione diceva che l'anima non pensa mai senza immagini, e che pensare è come disegnare una figura, cioè registrare e iscrivere, d'accordo con una linea di pensiero che si ritrova negli antichi come nei moderni. Infatti non si tratta solo del pensare per immagini, bensì di  adoperare consapevolmente immagini e schemi per facilitare il pensiero. I neuroni della lettura, in questo eccezione, sono i neuroni del pensiero, non nel senso che solo gli alfabetizzati pensino, ma perché quei neuroni sono predisposti a riconoscere i grafi.... Quello che è certo, tuttavia, è che, in tutti i casi, non ci può essere pensiero senza registrazione, senza deposito sulla tabula della memoria."
Il passo successivo a questa analisi è dunque una ontologia della registrazione che Ferraris individua con una intuizione magnifica  nella traccia.
È nello studio delle tracce sia interne, nella memoria, e soprattutto quelle esterne fuori di noi che la cosa diventa interessante per noi illustratori.
"La traccia è l'elemento di base dell'opera così come di qualunque iscrizione. C'è una traccia fuori, nel mondo, la modificazione di una superficie..." e ancora aggiunge "... Ovviamente, la traccia è condizione necessaria ma non sufficiente dell'opera (anzi, la quasi totalità delle tracce non lo è); tuttavia, non c'è opera senza traccia: quadri, libri, sinfonie, canzonette, performance, film, soap opera...nessuna di queste realizzazioni sarebbe concepibile se non ci fosse la possibilità di iscrivere qualche cosa, fosse pure semplicemente nella mente delle persone..."  e infine arriva ad una descrizione ontologica  dell'opera in cinque punti.
1) l'opera è anzitutto una cosa, cioè possiede delle ben definite caratteristiche di dimensione fisica, durata temporale, percepibilità sensoriale.
2) Le opere sono oggetti fisici.
Ma su  questo punto c'è da fare chiarezza sopratutto per le opere digitali. Con la scomparsa delle opere materiche e di fatto dell'originale la questione va ripensata e questo  lo rimando ai capitoli più avanti dove affronto appunto il problema degli originali nell'ambito del digitale.
3) le opere sono oggetti sociali.
4) ed è il punto più interessante e discutibile:
 ..." le opere provocano solo accidentalmente conoscenza..."
Anche qui  non sono pienamente  d'accordo. Tutto le opere  dell'illustratore sono concepite per provocare conoscenza. La parola stessa "illustrare" significa far conoscere attraverso le immagini. L'aspetto significativo dell'illustrazione   è che siamo di fronte ad una  creazione ambivalente, con una sua caratteristica  estetica ma anche con un fine che vuole provocare conoscenza attraverso l'opera. E questo obbiettivo non è accidentale ma principale. Ferraris prosegue ":
....   È vero che ci sono forme d'arte (per esempio, la narrativa o la ritrattistica) che possono avere una portata conoscitiva, ed è vero che ci sono civiltà di cui ci restano dunque l'unica conoscenza che ne abbiamo. Ma questo non significa in alcun modo che la funzione prioritaria dell'arte sia conoscenza. Imparare qualche cosa sull'Irlanda da Joyce è possibile ma è più economico ed efficace comprarsi una guida o un saggio..."
Ma anche in questo caso l'equivoco opere=immagini porta ad un paradosso. Perchè lo stesso ragionamento lo potrei fare al contrario: il funzionamento e la struttura di una trireme romana la potrei comprendere leggendo una decina di pagine scritte ma è molto meglio vedere una illustrazione con uno spaccato della nave per capire in un attimo la sua configurazione. Dunque siamo ancora di fronte al confronto testo~immagine.


1.6 Documentalità dell'illustrazione

Io penso che la documentalità non è dunque solo esclusivamente scritta ma può essere anche visiva. E le immagini non sono solo opere, ma possono essere informazioni visive quanto un testo scritto. Anzi credo che proprio  l'invenzione dell'alfabeto sia stata un idea  per correggere un difetto: il difetto delle maggioranza delle persone che non sanno creare immagini. L'invenzione dei grafi è stata anche  una scorciatoia per lasciare tracce semplici alla portata di tutti, che non richiedono caratteristiche ipertrofiche della corteccia celebrale che in fin dei conti  è la causa che  permette ad un individuo di creare immagini.
Per concludere la riflessione ontologica sulle illustrazioni e stabilire la loro caratteristica si potrebbero definire come un oggetto sociale, che hanno una documentalità completa e che a differenze delle opere sono tracce non per l'otium ma a tutti gli effetti per il negotium. La loro collocazione è tra il documento e l'opera. Hanno la stessa autorità di un testo e le caratteristiche espressive di un opera.
Nelle sue tesi Ferraris conclude con postulati ben precisi:
La società si basa non sulla comunicazione, ma sulla registrazione. Poichè nulla di sociale esiste fuori del testo, le carte, gli archivi e i documenti costituiscono l'elemento fondamentale del mondo sociale.
.....questo spiega perchè sia così importante la scrittura, ossia la sfera di registrazioni che precede  e circonda la scrittura in senso proprio e corrente.
E ancora:
I documenti in senso forte sono iscrizioni di atti. Sotto il profilo di una teoria della società , l'ontologia degli oggetti sociali si presenta come documentalità, ossia la dottrina dei documenti in quanto forma più elevata degli oggetti sociali, che si dividono in documenti in senso forte, come iscrizioni di atti, e in documenti in senso debole, come registrazioni di fatti. I documenti hanno finalità pratiche, oppure mirano principalmente alla evocazione di sentimenti. In questo caso abbiamo a che fare con le opere d'arte intese come cose che fingono di essere persone.
A queste tesi aggiungerei la caratteristica delle illustrazioni. Sono opere con caratteristiche estetiche e con finalità pratiche e che nello stesso tempo possono evocare anche sentimenti. In alcuni casi si possono considerare documenti forti. Se una vignetta satirica  con  Maometto  come soggetto, stampata su una maglietta e ripresa in televisione, ha scatenato reazioni violente e tensioni diplomatiche, se la svastica o altre immagini simili  creano repulsione e reazione alla loro visione, e ancora,  se una vignetta satirica di Vauro provoca a sua volta atti scritti di documentalitá forte come denunce di diffamazione  e atti giudiziari conseguenti,    forse è una  prova della loro forte documentalità.
Ma anche altre immagini, non solo disegnate, hanno una forte documentalità. La prova dell'esistenza del bosone di Higgs, la cosiddetta particelle di Dio, scoperta nell'anello del CERN, è stata data  grazie ad una traccia visiva. La prova ontologica di questa particella non è stata  dunque confermata da una documentalità scritta come lo erano le equazioni matematiche che accertavano la sua presenza, ma da una prova visiva. In questo caso è un immagine ad avere il primato di documentalità forte, non uno scritto. Illustrazioni, fotografie, tracce visive, fanno parte tutte quante di una stessa tipologia di tracce che sono le immagini e che sono da considerare come documenti forti e non  opere estetiche. Semmai oltre alla loro documentalità a differenza del testo in alcuni casi possono avere  anche un aspetto estetico, ma questo non vuol dire relegarle nel recinto delle opere.










2.1

Le tracce dell'illustrazione


Se l'individuazione della traccia è il punto di partenza dell'analisi Ferrarista ( o Ferrariana?) che porta all'individuazione degli oggetti sociali e di conseguenza alle opere e alla documentalità sociale, provo a sviluppare l'analisi sulle immagini digitali partendo appunto dalla sua intuizione, egli scrive: ...."Traccia è ogni forma di modificazione di una superficie che vale come segno o come promemoria per una mente capace di apprenderla come tale." e ancora ".... Se dunque c'è un in sé o una essenza indipendente dall'oggetto fisico, questo non vale per una traccia, che esiste come traccia solo, perché c'è qualcuno che la considera come tale... In altri termini, essere una traccia è una caratteristica relazionale di un'entità naturale."
E nella descrizione delle opere conclude che ".... La traccia è l'elemento di base dell'opera così come di qualunque iscrizione. C'è una traccia fuori, nel mondo, la modificazione di una superficie"
La modificazione di una superficie!...  ecco la prima novità che incontriamo nell'analisi delle immagini digitali e in particolare dell'illustrazione digitale.
Il famoso "supporto" su cui lasciare la traccia visiva, dopo millenni di "matericità" cambia natura: diventa numerica, immateriale. In pratica si spoglia della caratteristica di entità naturale e rimane solo quella relazionale.
Questo che significa? Significa che  cambiando l'aspetto della superficie di conseguenza cambia anche la natura della traccia. Fino ad oggi ogni tipo di tracce ha  avuto una comune caratteristica indipendentemente dalla loro natura fisica: la loro inamovibilità.
Una volta che hai lasciato una traccia e cambiato una superficie, non è possibile cambiarla se non modificando di nuovo la superficie stessa che la ospita.
L' inamovibilitá è in definitiva,  il rapporto tra la dimensione temporale e la traccia fisica  e che definisce il "peso" della sua documentalitá.
Una traccia che modifica una superficie per poco tempo è effimera e superficiale. Al contrario una traccia che rimane nei secoli ha una documentalitá pesante.
 Per concludere, il concetto di traccia fino ad ora coincideva con la modificazione di una superficie fisica, ed è proprio questa caratteristica che la rivoluzione digitale sta cambiando. Un foglio bianco sporcato con dei pigmenti prende l'identità di traccia, questo significa che una superficie bianca e intonsa, modificata con tracce di colore si trasforma in immagine, in un oggetto sociale. Oggi, con la realtà digitale, questo paradigma viene annullato. La traccia visiva d'ora in avanti, non è più ancorata al suo supporto materico ma è di fatto tradotta in un algoritmo matematico, riproducibile in ogni momento su supporti digitali sostituibili nel tempo e dunque non più deperibile. Ora, l'immagine  disancorata dal suo supporto diventa eterna perché un algoritmo matematico non deperisce, avrà lo stesso tempo di esistenza delle entità relazionali e dunque  finché ci saranno individui che lo sapranno leggere. È una  vecchia questione filosofica: l'esistenza dell'universo esiste grazie all'esistenza dell'umanità che la può comprendere? A questa domanda ci sono centinaia di testi con risposte diverse, e questa non è certo la sede giusta per approfondirle, quello che invece si può dedurre dalla nostra riflessione è che il primo risultato ottenuto è l'individuazione e la descrizione  di una nuova forma di traccia: l'immagine digitale.








La superficie digitale

Eccoci giunti ad esaminare un tipo di superficie su cui lasciare le tracce e  che mai è apparsa di fronte all'uomo: una superficie digitale.
Come vedremo fra poco le differenze sono enormi. Cercherò di confrontare le superfici tradizionali con quelle digitali per scoprire così gli aspetti negativi e poi quelli positivi. La prima grande differenza tra le prime e le seconde è la loro accessibilità. Cosa significa? Significa che a differenza di tutte le tracce precedenti, la superficie digitale che ospita una immagine digitale, per vederla e dunque percepirla, ha bisogno naturalmente  di uno strumento digitale, cioè non più una superficie naturale per  la cui lettura era sufficiente avere  una fonte luminosa, ma un manufatto umano (computer, tablet, monitor, ecc.) altamente complesso e  che per poterlo utilizzare ha bisogno,  sia di un'azione di avviamento e dunque una conoscenza che di una fonte energetica. Il  messaggio digitale perde dunque la sua universalità e diventa un messaggio sofisticato ma sopratutto classista ed elitario.
Nella storia dell'uomo le  superfici naturali  che ospitavano le tracce visive erano accessibili a tutti perché facevano parte della realtà che ci ospita. Per esempio, nel medio evo il mendicante analfabeta che entrava in una chiesa percepiva subito il messaggio degli affreschi sui muri. Non aveva bisogno di conoscenze particolari e sofisticate. Ora per percepire delle immagini digitali un individuo deve innanzitutto  avere possibilità economiche per acquistare un manufatto altamente tecnologico di lettura, delle conoscenze di  base per utilizzarlo e una fonte energetica per farlo funzionare.... per non parlare di altre necessità di  connessioni varie.
 Un altro aspetto importante è la dimensione della superficie su cui lasciare le tracce. Il grande limite delle immagini digitali e la loro mancanza di pathos sta proprio nelle loro dimensioni. Nonostante la possibilità di risoluzione (caratteristica che descriverò nei prossimi capitoli) la dimensione di superficie dove far entrare la traccia si limita alla grandezza di un monitor o al limite di un telone di una sala cinematografica. Le superfici naturali non avevano limiti, che fossero   la Cappella Sistina o il monte Rushmore o la Sfinge.